Numero zero

10-child-getty«I bambini al museo? Non perdete tempo a portarli, lasciateli a casa. – ha sostenuto l’artista inglese Jake Chapman in un’intervista del 2014 – I genitori sono degli arroganti se pensano che i loro figli possano capire artisti come Pollock o Rothko. Non c’è alcun collegamento tra le opere di Matisse e i livelli essenziali di arte dei bambini, chi lo dice è meno intelligente dello scemo del villaggio».

Ovviamente questa provocatoria enunciazione ha sollevato un mare di risposte sdegnate, ma una piccola parte di ragione la tiene anche lui.

Con poche eccezioni, i musei rimangono un luogo concepito per la frequentazione di un visitatore genericamente adulto (per ergonomia dello spazio) di cultura scolastica medio-alta. Nei casi peggiori è concepito come un prolungamento dello studio scientifico e rivolto ai colleghi curatori, diventando in tal caso ostico anche al pubblico adulto.

La presenza dei bambini nei musei però non è più un fenomeno accidentale, tanto che ormai da decenni costituiscono una percentuale significativa dei visitatori fino a costituire, in molte istituzioni italiani, la maggior parte dei visitatori.

Nonostante questo, la visita dei bambini (soprattutto il pubblico scolare ma non solo)  è svolta quasi unicamente attraverso laboratori didattici o visite guidate appositamente preparate, configurando in sostanza un percorso alternativo a quello “istituzionale”. L’educazione al patrimonio rischia di rimanere confinata al rapporto insegnante-curatore, e di lasciare sguarnita l’offerta per i percorsi autonomi. Purtroppo sono pochi i musei che comprendo strutturalmente attenzioni per un pubblico di bambini, e questo non aiuta i genitori che spesso fanno fatica a costruire un tramite tra quanto esposto e  i loro figli.

Eppure una delle sfide per il futuro dei musei riguarda proprio la capacità di essere fruibile per diverse categorie di visitatori, sia per età e formazione scolastica, che per cultura di provenienza. Come appunto i bambini. I musei insomma dovrebbero essere uno spazio flessibile, dove la comunicazione di quanto esposto (non solo arte comunque, ma anche archeologia, scienza, etc.) dovrebbe avvenire a vari livelli, permettendo di scegliere il linguaggio e la chiave di lettura che si ritiene più adatta.

Senza dimenticare che non di rado quello che viene ritenuto un approccio adatto ai bambini (multisensoriale, diretto, senza sovrastrutture) funziona anche per gli adulti. Insomma un museo-bambino potrebbe andare bene a tutti.

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One comment

  1. Pensieri scaturiti dall’arrogante giudizio di Jake Chapman in incipit, che mi ha fatto andare con la memoria alle mie prime esperienze museali!
    Ho sempre amato i musei, fin da bambina. La prima visita di cui ho conoscenza risale proprio ai miei primi anni di vita, a Venezia, mostra di Picasso. Non ne ho un ricordo diretto ma mia madre racconta che rimasi molto affascinata e calma per tutta la durata della visita. Poi ricordo bene il museo di Piadena – giochi del destino, ci lavoro da più di 10 anni! – che ogni anno per la fiera era tappa fissa, con lo scheletro rannicchiato, il cui cranio mi ricordava un elmetto, quindi per me era lo scheletro di un soldato della prima guerra mondiale (ah la sintesi infantile!). Poi ci sono le visite fatte con la scuola: i tristissimi animali impagliati dei musei naturalistici e il caratteristico odore; i meravigliosi fossili e le pietre minerali, residui della vita di milioni di anni fa; gli strani oggetti dei musei della civiltà contadina, così polverosi e privi di vivacità; gli affascinantissimi reperti, tutti rotti perché mooolto vecchi; la mostra dei Celti a Venezia, con le vetrine a tronco d’albero, con dentro i tesori, indimenticabile!
    Un museo suscita nei bambini emozioni che si imprimono nelle cellule, per sempre; come hanno percezione della dedizione che sta dietro ad una struttura così sentono anche l’incuria e la sciatteria (che, ahimè, non è cosa rara). Una vetrina buia, una lampadina rotta, un muro con infiltrazioni di umido, la puzza di chiuso determinano un giudizio su quanto esposto: se il museo con ciò che contiene è trattato male forse non è poi così importante come ci vogliono far credere! Anche vetrine troppo alte, troppo piene, troppo concettuali, troppo scritte, troppo finte allontanano l’attenzione e la curiosità. Ed è la curiosità il motore della conoscenza!
    Percepiscono inoltre se la guida è davvero appassionata o sta facendo il proprio lavoro in modo meccanico, se sta recitando il proprio ruolo a memoria. Con buona pace degli operatori museali che, effettivamente, raccontano la stessa storia tutti i giorni… eppure se ci si sintonizza con il pensiero bambino e con l’aspettativa che hanno varcando le porte del museo si riesce ogni volta a recuperare quell’entusiasmo che innanzitutto abbiamo avuto noi da piccoli e che alimenta a propria volta quello dei piccoli visitatori. Un museo fa un lavoro importante perché contribuisce a determinare l’idea che i bambini avranno da grandi della cultura e del patrimonio storico in generale. Da brividi!!

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