Che i bambini vengano alla preistoria: il Musée de Préhistoire des Gorges du Verdon

Un museo archeologico dedicato al paleolitico? Nel quale i reperti esposti sono quasi unicamente manufatti litici di piccole dimensioni, che se non sei un appassionato sembrano praticamente tutti uguali? Chi ci andrà mai?

Il mondo (l’Italia?) è pieno di musei archeologici con reperti esteticamente accattivanti e scientificamente rilevanti, ma con allestimenti desolatamente nozionistici e frequentati da scarso pubblico annoiato. E i pochi bambini vorrebbero fuggire lontano…

Eppure in un pomeriggio di agosto il Musée de Préhistoire des Gorges du Verdon a Quinson, meno di 500 abitanti nell’alta Provenza, è pieno di visitatori: praticamente solo famiglie con bambini.

L’edificio è una moderna e funzionale struttura rivestita di pietra naturale progettata da Norman Foster, archistar britannico.

Il pubblico all’ingresso viene accolto da un impattante gruppo di animali ricostruiti: mammuth, rinoceronte lanuto, tigre dai denti a sciabola… i bambini ridacchiano un po’ intimoriti, e anche gli adulti non rimangono indifferenti. Dopo questa apparizione, ormai “immagine” del museo, il percorso si sviluppa al primo piano e si muove su vari livelli anche molto diversi tra loro per impostazione.

Ci sono ovviamente i reperti archeologici, prevalentemente ospitati nelle vetrine centrali ed esposti con uno schematismo tassonomico decisamente poco accattivante, senza alcuna informazione che possa aiutare a comprenderli (a che servivano? come si usavano?).

L’informazione scritta è collocata sulle pareti ma la grafica è un po’ triste nell’impaginazione, piccola nei caratteri e decisamente nozionistica. In realtà pochi la guardano perché tutti usano le audioguide.

Ma allora perché tanta persone e tantissimi bambini?

Per cominciare c’è un interessante racconto delle ricerche, svolto soprattutto attraverso video e proiezioni: si vedono gli archeologi che si arrampicano e si calano nelle grotte, che scavano, che recuperano reperti. Questa narrazione spesso è una parte che manca colpevolmente nei musei archeologici, ed è un peccato perché “umanizza” la disciplina e chiarisce al pubblico le metodologie di lavoro.Ma la vera attrazione del museo sono soprattutto i numerosi diorami che ricostruiscono scene di vita quotidiana e davanti ai quali si accalcano i bambini curiosi. Sono ricostruzioni accurate che permettono di comprendere i vari periodi della preistoria.

Molti sono inseriti nel percorso ma altri sono stati probabilmente aggiunti in un secondo momento, come ad esempio il gruppo degli animali all’ingresso e il “pittore di caverne”, forse una volta che si è compreso che erano loro il vero punto di forza del percorso.

I diorami non sono infatti una scelta così consueta nei musei archeologici, e neppure così apprezzata dagli specialisti: occupano molto spazio, sono costosi e impossibili da modificare a fronte di nuove scoperte, obbligano gli studiosi a colmare le lacune di conoscenza. Inoltre, per dirla tutta, sono spesso giudicati infantili…

Purtroppo non sono immediati i collegamenti tra i diorami e i reperti e le ricerche scientifiche, e questo mi è parso un po’ il limite del museo: i livelli sono disomogenei per qualità e non dialogano naturalmente tra loro. Ma il pubblico non sembra preoccupato da questo aspetto e, dopo aver osservato i diorami e seguito i filmati, si sofferma curioso anche sulle selci.

L’esperienza può essere completata con la visita al limitrofo villaggio preistorico e alla grotta, ma purtroppo non abbiamo avuto tempo.

Anche la nostra esperienza è stata positiva: Mattia, che non ha ancora quattro anni, è rimasto colpito dall’argomento e per giorni abbiamo parlato degli uomini preistorici e abbiamo fatto le impronte delle mani sulla sabbia come nelle caverne. Nel bel bookshop abbiamo acquistato un libro con gli “appiccichini” degli uomini preistorici con cui gioca tuttora.

Insomma, come scrive un sito francese “Vos enfants vont adorer, et l’enfant resté en vous aussi”

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