Al museo come un pesciolino rosso

La capacità di concentrazione di un pesciolino rosso sembra che arrivi al massimo a 9 secondi. Poco?

Quella umana, secondo uno studio condotto da MICROSOFT, da 12 secondi che era nel 2000 è scesa a soli 8 secondi: insomma ci concentriamo meno di un pesciolino rosso. Secondo lo stesso lavoro la responsabilità sarebbe da imputare alle tecnologie digitali che, grazie ad applicazioni e siti internet pensati per catturare l’attenzione, rischiano di portare a generazioni soprattutto di giovani distratti e incapaci di concentrare la loro attenzione su una conversazione, una lezione o un libro. O l’opera di un museo.

Sarebbe superficiale e pregiudiziale reputare dannosa unilateralmente l’applicazione delle tecnologie digitali nei beni culturali e nei musei: comunicazione, catalogazione, informazione, studio sono alcuni dei possibili campi di applicazione che sicuramente ne guadagnano.

Trento, MUSE

Ma rimango sorpreso ogni volta che leggo articoli o interviste che auspicano l’ingresso trionfale della tecnologia digitale nei percorsi museali: spesso sono presentati come l’unico strumento utile a rendere interessante e accattivante quanto esposto, il solo linguaggio in grado di interagire con gli adolescenti ma anche i giovanissimi, ormai abituati a un mondo di interfaccia digitale che offre infinite possibilità di moltiplicazione di emozioni.

Le proposte museali solitamente prevedono di inserire connessioni digitali tra l’oggetto esposto e il suo osservatore, per suscitare effetti sensoriali o emozionali, talvolta informativi. E via con proposte che spaziano dalla Realtà virtuale, aumentata o immersiva alla gamification e allo storytelling. Fino alla sparizione dell’opera stessa nelle immersive esperience, “mostre” multimediali costruite con riproduzioni spettacolarizzate e musica.

Il riferimento diretto è probabilmente alla Wow experience tipica del marketing più aggressivo, per il quale bisogna fidelizzare e coinvolgere il cliente con un «viaggio empatico» nutrito di eccitanti dosi di tecnologia digitale.

Ma è davvero un servizio per l’opera esposta e per i visitatori? La pittura che si anima, il pittore che ti parla, l’ingrandimento ossessivo, l’approfondimento dei particolari…

Milano, Museo Scienza e Tecnica

Se i musei per dialogare con il loro pubblico hanno bisogno di un linguaggio al passo con i tempi, la soluzione indicata dalla wow experience rappresenta un doping nutrito peraltro spesso dalle stesse esperienze che si prova tutti i giorni con i device. E nulla rimane della peculiarità della raccolta museale, dell’osservazione, della riflessione o semplicemente della fruizione. Soprattutto nelle esposizioni artistiche.

I bambini poi rimangono letteralmente fagocitati dalla tecnologia digitale: basta osservare come la presenza di semplici schermi touch-screen nel percorso rapiscono l’attenzione dei più piccoli, che digitano compulsivamente – spesso cose che non capiscono – e rimangono indifferenti agli oggetti esposti, per poi passare allo schermo successivo.

So di ripetermi con questa piccola tirata sui rischi di un uso non consapevole del digitale soprattutto per i bambini, ma una volta all’anno si può fare (e poi mi piaceva questa storia del pesciolino rosso!).

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