Palafitte e archeologia a Ledro

Immaginare la vita del passato, immedesimarsi in una realtà lontana nel tempo. È probabilmente uno degli aspetti che rende i musei archeologici così ostici nella visita, soprattutto quando l’esposizione si basa su cocci messi in fila secondo le classificazioni di studio, specialmente per i bambini (ma non solo) .

Alcuni musei ne sono consapevoli e hanno usato strumenti diversi per superare questo aspetto: con disegni e diorami come Finale Ligure e Quinson, oppure con esperienze tattili e giochi, come Piadena, Manerba e Neuchâtel (tra quelli di cui abbiamo parlato nel blog).

Nel Museo delle Palafitte di Ledro, invece, le palafitte hanno deciso di ricostruirle sul giardino in riva al lago, proprio in vista dei pali ancora sott’acqua (il ritrovamento risale al 1929).

La prima venne realizzata addirittura negli anni ’40 da un gruppo di scavatori, ricostruita negli anni ’60 e restaurata nel 2000 utilizzando le stesse tecniche. Le altre tre fanno parte di un progetto datato 2006 e ideato dal Museo Tridentino di Scienze Naturali:

Questo progetto ha la finalità di ricontestualizzare i reperti, i quali, in copia, sono collocati nelle palafitte, per aiutare il visitatore a rivivere la preistoria.

I più rigorosi hanno storto un po’ il naso perché, al netto delle difficoltà in cui si dibattono gli specialisti per comprendere la struttura delle palafitte, non si tratta di ricostruzioni fedelissime ai ritrovamenti archeologici. Niente archeologia sperimentale insomma, ma di edifici “ispirati” ai dati di scavo.

Confrontando i pali originali conservati sott’acqua, ad esempio, ci si accorge subito di come le travi portanti siano sovradimensionate, molto lontane dall’offrire quella “staticità elastica” che dovevano avere le palafitte originali (come quelle ancora in uso in Oriente), nelle quali la struttura si muove quando ci cammini sopra. Ed è comprensibile, perché in una edificio aperto al pubblico non ci devo essere rischi di statitcità, e la struttura deve essere solida e stabile, anche perdendo qualcosa nella fedeltà storica.

Ma ai visitatori poco importa: le palafitte viste attraverso la recinzione sono un forte richiamo per i turisti che passeggiano, tanto da invogliarli pagare il biglietto del museo che probabilmente avrebbero tranquillamente snobbato (45.000 biglietti all’anno sono il risultato!).

Gli interni sono arredati con riproduzioni degli oggetti che si possono poi si possono osservare nelle vetrine, insieme a un armamentario di pelli e tessuti e tronchi per sedersi che – comunque – rendono l’idea di un ambiente abitativo dell’età del bronzo.

Gli occhi dei bambini luccicano di entusiasmo, e anche i grandi si emozionano: dopo sono tutti molto più disponibili verso le vetrine museali. L’allestimento, nonostante alcune accortezze per i bambini, mi sembra molto più tradizionale di quanto potessi sperare, ma in generale la visita a questo museo offre un’esperienza completa: dal sito archeologico agli oggetti ritrovati (la ricerca e lo studio) fino alla ricostruzione immersiva (emozione). Perfetto per i bambini, soprattutto per Mattia che veniva dalla visita agli scavi in corso del Lucone, ma piacevole anche per gli adulti. Perchè io credo ce quando un museo va bene per i bambini, va bene per tutti.

Un armadio dell’Età del Bronzo?

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