Evviva la Ferragni e i bambini al museo? Ma con giudizio

Se qualche mese fa le foto su INSTAGRAM di Chiara Ferragni mentre posa agli Uffizi erano state accolte con sdegno incattivito da una parte dell’establishment della cultura italiana, la nuova visita dell’impreditrice-influencer a Brera con il figlio Leone non solo è stata accolta con molto meno clamore, ma anche con una compiaciuta benevolenza.

La novità, oltre probabilmente ad aver smaltito tutta l’indignazione con il precedente episodio, risiede forse nel ruolo che la Ferragni ricopre in questo caso: non più “mito per milioni di followers, una sorta di divinità contemporanea nell’era dei social” (secondo la goffa definizione degli Uffizi), ma madre amorevole che introduce con umiltà il piccolissimo figlio in uno dei templi della cultura contemporanea. Insomma un gesto positivo, come lo si vuole girare (ma il papà, mannaggia, dov’era?).

Sono sempre stato sostanzialmente estraneo al fenomeno Ferragni, sia verso le sue capacità imprenditoriali che il suo ruolo di influencer: ho grande rispetto per ogni scelta individuale, ma sono personalmente estraneo alla spettacolarizzazione e comunicazione del proprio quotidiano, forse anche solo per età anagrafica (a miei tempi si diceva che il “personale è politico”). Ma è innegabile che qualsiasi cosa lei pubblichi finisce per avere un’incidenza sui gusti e le azioni di centinania di migliaia di persone.

Le foto a Brera hanno raccolto su INSTAGRAM 490.000 like (meno del solito per la verità, dove il gradimento ha quotazioni a volte molto più alte) e i commenti sono ispirati a una generale adorazione. Prevalgono nello specifico parole di condivisione a volte quasi stupita (“Portare un bimbo al museo… sei davvero ma davvero un esempio da seguire!”, “Farò fare la stessa fine ai miei futuri figli”), anche se non manca qualche rarissimo disaccordo: “Ma portalo sulle giostre ….cosa vuoi che ci faccia un bambino in un museo che ha solo voglia di giocare e sporcarsi …”.

Evviva Chiara Ferragni insomma, ed evviva il suo contributo a far passare il pensiero che può essere bello per i bambini andare al museo, specialmente a un pubblico più vasto di quello solitamente raggiunto dai musei stessi.

Senza dimenticare il personale tornaconto verso la propria immagine. Non mi permetto di mettere in dubbio il suo sincero interesse per la cultura, ma per ora è andata solo in musei “famosi” e facilmente riconoscibili, che aiutano la condivisione con un pubblico “generale”, non ha postato foto da realtà poco conosciute ignote ai più. Per chi vive la quotidianità come costante comunicazione, nulla probabilmente è realmente spontaneo e lasciato al caso.

I musei comunque hanno annusato l’occasione per essere sparati in alto nel numero dei like (“quando mai la Predica dei fratelli Bellini rivedrà nuovamente centinaia di migliaia di… cuoricini social in una volta sola?” – Finestre sull’Arte), tanto che molti sperano in sua visita e alcuni hanno superano la ritrosia proponendosi sfacciatamente.

Ma poi…

Quanti musei hanno gli strumenti per accogliere un pubblico di famiglie, magari sprovvisto di esperienza, in grado di far apprezzare l’arte, la storia e la cultura? Con una specifica attenzione verso i bambini e gli accompagnatori che non sono cultori della materia e devono mediare le informazioni?

Quanti hanno previsto spazi, intinerari e comunicazione dedicata, ma fasciatoi, giochi, tavoli, etc.?

Perché poi magari entrano nelle sale con delle aspettative, ma poi non ci cascano più.

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